sabato 22 novembre 2008

I GIOVEDI’ D’ ESSAI AL CINEMA TEATRO DANTE DI SANSEPOLCRO

E' in corso al cinema-teatro Dante di Sansepolcro la kermesse de “I film del Melograno”, una serie di incontri dedicati al cinema d’ autore e di sperimentazione. Il Melograno, simbolo della perfezione e dell’ amore è considerato come un portafortuna, ecco perché la scelta di questo termine. Evento realizzato con il patrocinio del Comune di Sansepolcro in collaborazione con il ristorante “Fiorentino”, Aboca Erbe, Piccini Metano, Fieri Ettore, Graficonsul, Imega impianti gpl e metano e Salvarat. Sono sette gli appuntamenti presenti in calendario a partire da giovedì 6 novembre per terminare il 15 gennaio 2009. Titoli insoliti ed importanti, dedicati ad un pubblico appassionato, alcuni dei quali verranno presentati in lingua inglese.

La rassegna è iniziata con il film dei fratelli Dardenne (Luc e Jean Pierre) “Il matrimonio di Lorna” storia intensa e sofferta.

I film sono proiettati il giovedì con spettacolo unico alle ore 21.00.
Ingresso 5 euro.

Di seguito il programma completo.

I FILM DEL MELOGRANO

6 Novembre 2008
"Il matrimonio di Lorna" di Luc e jean Pierre Dardenne (2008)

13 Novembre 2008
"La vie en rose" di Olivier Dahan (2007)

20 Novembre 2008
"Gosford Park" di Robert Altman (2001) in lingua inglese

27 Novembre 2008
"Onora il padre e la madre" di Sidney Lumet (2007)

4 Dicembre 2008
"Caramel" di Nadine Labaki (2007)

8 Gennaio 2009
"La notte dei girasoli" di Jeorge Sanchez (2008)

15 Gennaio 2009
"Sweeney Todd" di Tim Burton (2007) in lingua inglese

venerdì 21 novembre 2008

Studentesse nude per la Gemini (ma le chiamano Berluschine...)


[Fonti: Libero Notizie e Resto del Carlino]

Ciro Andrea Piccinini, 38 anni, mente del calendario "Sexpolitik 2009", le chiama "berluschine": sono dodici ragazze dai 19 ai 33 anni, quasi tutte reggiane e studentesse universitarie, che hanno fatto cadere i veli "in nome di una giusta causa (??) : sostenere la riforma della Gelmini contro un vecchio modo di gestire le università e contro le proteste di piazza che non vogliono il cambiamento nel mondo della scuola".

Che le ragazze ci credano o no (Piccinini sostiene che sono tutte ‘allineate’ volontariamente), il calendario è gradevole e probabilmente ripeterà il successo dello scorso anno, quando allora altre bellezze locali si spogliarono a favore del presidente del consiglio, Romano Prodi, bersagliato da critiche pure dal suo schieramento.

Questo l’intero cast immortalato dal clic di Corrado Bertozzi: Katia Calì, 29 anni, è la ragazza copertina. Sposata, vive col marito a Bologna ed è la ragazza-immagine della boxe reggiana; Giovanna Figura, 21 anni, di Scandiano, studia Economia e Finanza a Parma. E’ gennaio. Martina Masetti, 21 anni, vive a Boretto (Reggio Emilia): lavora in un pub. Interpreta febbraio. Azzurra Rotolo, 21 anni, di Reggio, lavora in un supermercato Conad. E’ marzo. Alessia Elefante, 24 anni, vive a Reggio, cameriera, non vede l’ora di iscriversi a Scienze Politiche. Interpreta aprile. Elena Castellini, 33 anni, impiegata reggiana, si è laureata in Chimica Industriale a Bologna. Interpreta maggio. Fadua Kacha, 25 anni, vive a Modena, è store-manager in un negozio di abbigliamento e ha studiato a Sassuolo. E’ giugno. Irina Shalkunova, 22 anni, bielorussa, abita a Reggio E., è sposata, studia Scienze della Comunicazione. Interpreta luglio. Elena Farina, 23 anni, risiede a Moglia di Mantova. Giornalista nel tempo libero, frequenta l’ultimo anno di Scienze della Comunicazione a Reggio. E’ agosto. Alice Savoia, 19 anni, abita a Formigine, fa l’estetista e lavora a Rubiera. E canta in giro per l’Emilia. Interpreta settembre. Andrea Toma, 19 anni, vive a S. Ilario e studia socio-psico-pedagogia. Interpreta ottobre. Rina Leoni, 29 anni, di Reggio, lavora come gelataia. E’ novembre. Dicembre, invece, è un mix di immagini delle 12 protagoniste.

Ma, bando alle ciance ecco il Culendario per la Gelmini, foto per foto (copertine incluse):













Il calendario esce sabato in edicola.

Ma la vera domanda è: chi fra queste studentesse diventerà ministro nel prossimo governo Berlusconi?

giovedì 20 novembre 2008

Giustificare l'assenza

A scuola, ogni giorno, dedico dieci minuti a giustificare le assenze dei miei studenti: in effetti oggi, grazie alle leggi sulla privacy e altre "menate" del genere, non possiamo sperare in altre formulazioni che siano "per malattia", "per motivi personali", "per motivi familiari". Per questo mi concentro di più sulla firma del babbo, o della mamma, o (sempre più spesso) di chi ne fa le veci. E mi diverto a scoprire le firme fasulle, fatte dagli studenti "furbetti" per nascondere una mattinata di salina, per l'Eurochocolate, per le Fiere di San Florido, per la Festa dei Morti a Perugia...
L'altro giorno, sui giornali, ho letto le assenze dei parlamentari alle sedute.
Quando si partecipa a meno del 60% delle votazioni alla camera dall’inizio della legislatura vuol dire che si hanno altre cose da fare nella vita.
Questa la statistica delle presenze alla Camera e questi i nomi di quelli che hanno altro da fare nella vita.
Per voi, in ordine alfabetico grazie alla segnalazione di Civati :
Bersani Pier Luigi,
Bressa Gianclaudio,
D’Alema Massimo,
Fassino Piero,
Fioroni Giuseppe,
Gaglione Antonio,
Gentiloni Silveri Paolo,
Lagana’ Fortugno Maria Grazia,
Letta Enrico,
Melandri Giovanna,
Mogherini Rebesani Federica,
Mosca Alessia Maria,
Pistelli Lapo,
Turco Livia,
Veltroni Walter,
Vernetti Gianni.
Tutti costoro sono invitati a portare la giustificazione, magari firmata dai genitori (o chi ne fa le veci) e, magari la prossima volta, se c’è gente che ha altro da fare nella vita, ne parliamo prima... edit

mercoledì 19 novembre 2008

L'insostenibile costo di Fede [dal blog di Beppe Grillo]

Voglio collegare la brutta vicenda della commissione di vigilanza della RAI dove il Partito Democratico paga come al solito le due debolezze dell'attuale situazione politica, ovvero l'alleanza con Di Pietro e la mancanza di una vera visione riformista, con il problema dei tagli alla PA in generale e alla scuola in particolare. E "rispolvero" un vecchio articolo di Beppe Grillo che ricordo come in Italia esista lo scandalo di una sentenza della COrte di Giustizia Europea che non viene minimamente rispettatate della quale nessuno parla nenache più! Purtroppo però nessun politico, nemmeno il "barricadero" Di Pietro fa campagna su questo (e tanto meno lo fanno i giornali anche per quanto riportato nel post precedente).... edit


Fede costa agli italiani 350.000 euro al giorno. Dal primo gennaio 2006, con effetto retroattivo. La Corte di Giustizia Europea ha condannato l'Italia a una multa di circa 130 milioni di euro all'anno se Rete 4 non cederà a Europa 7 le frequenze che Testa d'Asfalto ha in concessione dallo Stato. Per l'Europa l'assegnazione delle frequenze in Italia non rispetta la libera prestazione dei servizi e non ha criteri di selezione obiettivi.

La sentenza europea è la terza a favore di Europa 7 dopo quelle della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato. Testa d'Asfalto toglie l'ICI, ma introduce il canone Fede. Non ci sono conflitti di interessi? Perchè gli italiani devono pagare per guardare Fido Bau ogni sera? Se il concessionario pubblico di tre reti nazionali Testa d'Asfalto non sposterà Rete 4 sul satellite gli italiani alla fine del suo prossimo glorioso quinquennio pagheranno circa UN MILIARDO di euro di multa considerando gli arretrati.

Testa d'Asfalto è un genio, oltre alla concessione pubblica, la pubblicità a pagamento su tre reti avute in eredità da Craxi, avrà anche il finanziamento pubblico. Il ministero delle Comunicazioni non c'è più. In realtà non c'era neppure prima. Gentiloni che potrà dedicarsi di più al tennis con Ermete invece di passare lunghi week end ad Arcore.

L' Agcom con il supporto del PD e della Repubblica e della Finocchiaro e di Topo Gigio è impegnata a tempo pieno sul pericoloso Travaglio. Se pò fà. Con i nostri soldi se pò fà.

Per sapere quanto stiamo versando al Presidente del Consiglio per non applicare le sentenze su Rete 4 scaricate e diffondete il banner. E' bello contribuire al successo economico di Testa d'Asfalto con le nostre tasse.

Il Ricatto dell'informazione

E’ bastato obbligare tutte le amministrazioni pubbliche a costosissime campagne informative per i bandi di gara che emettevano, sui giornali locali e nazionali sotto la scusa della trasparenza. Le inserzioni devono passare sempre attraverso le solite agenzie pubblicitarie. Quindi ora c’è una pioggia di milioni di euro che cade sulle tasche dei soliti noti e chi vuole “godere del diritto della trasparenza della pubblica amministrazione” deve comprarsi i giornali (altri soldi che piovono). Tutti soldi nostri!! Il paradosso è che quindi i giornali non ricercano informazioni per fare articoli e inchieste ma l’informazione da vendere gli viene recapitata per legge e ci prendono pure prima i soldi!!!! Sarebbe stato più trasparente ed enormemente più economico realizzare un sito dal costo di poche migliaia di euro e nessun altro costo per nessuno. Un accesso totale e gratuito per tutte le pubbliche amministrazioni che pubblicavano i loro bandi e per tutte le aziende e i cittadini interessati. Questo con tutti i vantaggi di internet sulla carta (e sono molteplici). Che ne pensate?? (diffondete l’informazione) Normalmen (tratto da http://ecodiselci.blogspot.com)

martedì 18 novembre 2008

La registrazione dei blog (e delle testate giornalistiche) presso il Tribunale

In merito alle libertà di stampa e comunicazione è giunto il momento di una riflessione seria, che coinvolga il web e anche la carta stampata. L'idea di iscrivere in Tribunale anche i blog era malauguratamente venuta in mente al precedente governo (e lo abbiamo già segnalato). Adesso, com'è nella natura delle cose, il governo in carica ha rilanciato la palla. Il mio pensiero in merito va nella direzione direttamente contraria: da uomo libero ritengo che qualunque persona ha il diritto di comunicare per iscritto le proprie idee e che questo non dovrebbe comportare né una registrazione al Tribunale, né l'obbligo di un giornalista iscritto come garante della correttezza della comunicazione. Ora ritorna la tentazione di "schedare" anche i blog: proprio non ci siamo, direi... In questa direzione si incammina la riflessione di Andrea Moro per Noise From Amerika, che riporto qui sotto. edit

Punto Informatico ha segnalato la scorsa settimana una proposta di legge che estende ad alcune categorie di blogger l'obbligo di registrazione al Registro degli Operatori di Comunicazione. Anche questa volta, la blogosfera è insorta. Nessuno, purtroppo, avanza l'idea che la registrazione vada eliminata anche per la stampa tradizionale.


La normativa in materia è sufficientemente confusa da meritare un ripensamento legislativo. Alcuni mesi fa, un blogger è stato condannato proprio per non essersi iscritto al registro. Nella motivazione della sentenza, il suo blog si presentava come una "testata", aveva intento informativo, e pubblicava regolarmente. Per questi motivi, valeva secondo il giudice la normativa che interessa i media tradizionali. Non voglio qui discutere la sentenza, la cui motivazione mi è parsa in alcuni punti incoerente. Esiste sicuramente un margine interpretativo della legge attuale che lascia spazio a credere che anche i blog di carattere informativo debbano, in certi casi, registrarsi. Altrettanto sicuramente, la legge non è chiara a riguardo.

Per fare chiarezza, il parlamento non vede altra soluzione che definire un insieme di blog, o siti internet in generale, per i quali debba sussistere l'obbligo di registrazione (nessuno, si spera, vuole intasare i tribunali di registrazioni da parte di blog dove gli utenti condividono con l'umanità il proprio diario personale). La definizione scelta dall'ultima proposta di legge è quella di obbligare i siti che siano "frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro". Dubito assai che questa norma fornisca la chiarezza tanto desiderata.

Anche se una definizione sufficientemente precisa fosse possibile, nessuno sembra metter in dubbio l'istituto della registrazione, che secondo me andrebbe abolito anche per la carta stampata. Occorre seriamente ripensare alle motivazioni sottostanti l'obbligo che oggi esiste per la stampa tradizionale. Esistono due principi fondamentali meritevoli di protezione: la libertà di parola e di stampa, e la facilità di perseguire chi compie reato a mezzo stampa. Secondo la giurisprudenza corrente l'obbligo di registrazione, di natura prettamente formale, non limita la libertà di pubblicare, ma facilita l'individuazione dei soggetti che commettono reati.

Occorre fare attenzione alle parole. Ogni obbligo impone un costo per chi ne à assoggettato. L'obbligo di registrazione, per un quotidiano di natura commerciale, è un costo certamente limitato, in rapporto agli altri costi necessari alla pubblicazione. Ma non è un costo nullo: occorre informarsi su quali documenti siano necessari, perdere una giornata per andare in tribunale, preparare la carta bollata e controbollata, etc... Tale costo diventa però significativo per un blogger che vuole pubblicare dal suo laptop senza pensarci due volte, tanto da poterlo indurre a non iniziare a scrivere.

Ma quali sono i vantaggi? Davvero pensiamo che un nome ed un indirizzo scritti in un elenco presso il Tribunale facilitino l'individuazione di chi diffama o commette altri reati attraverso i propri scritti? Questo è sicuramente poco vero per la carta stampata: per la Polizia basta andare nella sede del giornale e compiere le necessarie ricerche. È un po' più vero per i blogger, che scrivono spesso nel totale anonimato. Ma anche per i blogger le generalità di chi scrive sono reperibili, per esempio attraverso indagini presso i fornitori della connessione Internet.

Si potrebbe dunque obiettare che la possibilità di pubblicare anonimamente suggerisca che la registrazione sia più importante per i blog che per la carta stampata. Ma non è affatto così: affermazioni e diffamazioni compiute nel totale anonimato sono meno credibili di quelle firmate con nome e cognome, e quindi meno pericolose. Diffamazioni compiute tramite media di qualsiasi tipo sono certamente più gravi di quelle pronunciate al bar, ma certamente la legislazione penale sa tener conto di questa maggiore gravità senza che sia necessario assoggettare tutti coloro che vogliono esprimere la loro opinione, via internet o giornalino, a una schedatura preventiva.

L'imposizione dell'obbligo di registrazione va pesato con i costi e vantaggi che esso comporta. Nell'era di internet, i costi di pubblicazione e diffusione delle idee sono diventati estremamente ridotti. L'obbligo di registrazione limiterebbe considerabilmente la libertà di parola su internet, oltre a sembrare il segno di una società arcaica. In quale altro paese democratico e liberale lo stato sente l'esigenza di schedare chi scrive su Internet?


[tratto da NoiseFromAmerika.org]



domenica 16 novembre 2008

Coordinamento comunale SAN GIUSTINO

Ai membri del coordinamento comunale di San Giustino
Giovedì 20 novembre 2008 alle ore 21.00 c/o Sede via Rubechi, 8b
Per discutere il seguente ordine del giorno:
  1. Analisi della situazione politica e amministrativa sangiustinese.
  2. Definizione delle linee di azione futura.

Il segretario
Carlo Pieracci

sabato 15 novembre 2008

Il pedale, per una nuova stagione di riforme e di progettualità

E' uscito nei giorni scorsi un appello e un documento programmatico dei "giovani" (under 40) dirigenti del Partito Democratico in Umbria. C'è la richiesta di un ricambio generazionale e la necessità di una nuova politica nella nostra regione.

Per conoscere, seguire e aderire al progetto il link è: http://ilpedale.wordpress.com

edit

Il principio di precauzione [dal blog di Andrea Sarubbi]

Dal blog di Andrea Sarubbi, riporto le riflessioni in occasione della sentenza su Eulana e rimando al suo blog per l'interessante dibattito che si è sviluppato. E , se qualcuno vossà, potrà commentare anche qui... Condivido pressoché tutto quello che osserva e propone Andrea nel suo articolo, soprattutto perchè da queste considerazioni dovremmo partire per affrontare seriamente e concretamente la situazione di tante persone sofferenti... Per evitare nuove storie come quella di Eluana e soprattutto come quella di Terry Schiavo... edit

Per i fedelissimi del blog, questa è la terza puntata: ho già parlato di Eluana a luglio in occasione della sentenza d’appello e, venti giorni dopo, quando si votò in Aula. Credo di aver detto tutto, ma ho bisogno di ripetermelo, e mi perdonerete. Mi perdonerà chi mi giudica un mollaccione e chi mi giudica un talebano, ma tutti - spero - mi riconosceranno un percorso, anche se non coincide con il loro. Comincio col dire che - ancora una volta - una parte del mondo cattolico sta sbagliando i toni: parlare di condanna a morte, onestamente, mi sembra una forzatura. Perché questo presupporrebbe una volontà di vivere da parte di Eluana. Così come non si può parlare di suicidio assistito, perché vorrebbe dire che diamo per certa la sua volontà di morire. Il problema serio - che è anche il vulnus della sentenza, secondo me - è che, a differenza di Piergiorgio Welby (e so per certo che una parte della Chiesa si sta rendendo conto di avere esagerato con lui), qui manca una manifestazione chiara di volontà. I giudici affermano che questo stato vegetativo è inconciliabile con “la concezione (di Eluana) sulla dignità della vita”; di Eluana Englaro a 21 anni, aggiungerei io, che ho la sua stessa età e che nel 1992 mi sarei quasi suicidato per la fine di una storia d’amore. Primo punto debole, repetita iuvant: in questo caso specifico la volontà del paziente non è certa, ma è stata ricostruita dai giudici attraverso indizi di una vita fa. C’è poi il solito problema, quello cruciale, della definizione di accanimento terapeutico, che dipende dal concetto di terapia: su questo punto io sto con la Chiesa, nel dire che acqua e cibo non sono medicine e dunque finché do da bere a qualcuno non mi sto accanendo contro di lui. Anche qui ci sono posizioni diverse, nessuna con la verità in tasca: pure su questo punto, dunque, manca una certezza assoluta, e non mi sembra un dettaglio trascurabile. Due dubbi (o “non certezze”, fate voi) del genere, secondo me, obbligherebbero al principio di precauzione: meglio un passo indietro che un passo in avanti. Che poi è lo stesso principio applicato dalla giustizia quando stabilisce che “è meglio un colpevole fuori piuttosto che un innocente in galera”. Ecco perché, pur non gridando alla condanna a morte, non mi sento di parlare di vittoria della libertà: vedo invece - e concordo con parte del mondo cattolico - il rischio serio di introdurre in Italia l’eutanasia, perché a questo punto se mio nonno, ridotto in stato vegetativo persistente, diventerà un peso insopportabile per tutta la famiglia, saremo noi a poter decidere quando toglierlo di mezzo. Ma per fortuna una sentenza non è una legge: sulla legge dovremo confrontarci in Parlamento ed avremo sorprese, ne sono certo. Sorprese forse amare per la Chiesa, perché - al di là della compattezza di facciata mostrata dall’attuale maggioranza - le sensibilità sull’argomento sono diverse all’interno di ogni schieramento.


giovedì 13 novembre 2008

Eluana morirà... con o senza una legge

Beppino Englaro non dovrà più aspettare.

La Cassazione ha deciso di mettere fine alle sue sofferenze, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dalla procura generale di Milano contro il decreto con cui la Corte d'Appello civile aveva autorizzato la sospensione dell'alimentazione e idratazione a Eluana.

Nessuno adesso potrà impedire al signor Englaro di staccare il sondino che sta alimentando e idratando la figlia rimasta vittima di un incidente 16 anni fa. Sarà sufficiente trovare un luogo in cui gli sarà possibile lasciar morire la figlia. Un ultimo tragico atto che ormai, sentenza alla mano, non sarà difficile da compiere: c'è chi sostiene che il problema sia già stato risolto da tempo e che sia pronta una stanza (a pagamento) per lei in una struttura ospedaliera di Udine. Laddove si consumeranno gli ultimi giorni di Eluana. “È la conferma che viviamo in uno stato di diritto”, ha dichiarato Englaro dopo esser venuto a conoscenza della decisione della Cassazione. Tutti coloro che in questi mesi si sono battuti per la vita di Eluana oggi sentono la sentenza della Corte come una sconfitta e sono convinti che si sia aperta la strada per l’introduzione dell’eutanasia anche in Italia. Pensano che Eluana abbia ormai esaurito le speranze di vedersi riconosciuto un diritto a vivere oltre che a quello di morire. E sanno che lei morirà non perché gliel’ha garantito la legge ma perché dei giudici hanno deciso che lei avrebbe voluto così, che la sua idratazione equivale ad una cura e che nel suo caso si stava solo perpetuando un accanimento terapeutico tanto inutile quanto ingiusto. Anche per Terry Schiavo fu necessario ricostruire le sue volontà, come per Eluana. Oggi una legge sul “fine vita”(termine gradito alla Chiesa cattolica), o il “testamento biologico” (impostazione più laica), si rende sempre più necessaria e improcrastinabile, proprio per evitare che la materia finisca per essere regolamentata a colpi di sentenze giudiziarie, e per evitare che i pronunciamenti giurisprudenziali, così come accaduto nella vicenda di Eluana, mettano a rischio il diritto alla vita di tutti. Serve una legge che chiarisca in via definitiva che cosa si intende per cura del malato, e se, nel caso specifico, rientrino nella categoria di cura anche l’idratazione e l’alimentazione, che dica fino a che punto sono vincolanti per un medico le dichiarazioni anticipate di trattamento e quanto conta la libertà del paziente nel richiederne l’applicazione, che stabilisca le modalità con cui le dichiarazioni possono essere formulate o ritrattate, che affermi quale margine deve esserci tra il vedersi riconosciuto il diritto a gestire il proprio corpo e fino a che punto, che nella sua soluzione estrema vuol dire anche accettare l’eutanasia di stato. Ora il compito più difficile spetta alla politica che su questi temi sarà chiamata a trovare una formula di compromesso tra le proposte più laiche e radicali e quelle cattoliche, talvolta anche più intransigenti delle posizioni stesse dalla chiesa, che sono già presenti in parlamento. Ma il giorno dopo la condanna a morte di Eluana si prospettano due possibilità:
  • che la vicenda della famiglia Englaro sia di stimolo-esempio e dia seguito ad una serie di scelte di fronte alle quali la politica è stata troppo a lungo colpevolmente indifferente;
oppure
  • che prevalga la logica dell’accomodamento, che si ritenga la questione troppo spinosa da affrontare in Parlamento e che tutto venga messo a tacere fino al prossimo caso Englaro. Allora sì che Eluana sarà morta ingiustamente.

mercoledì 12 novembre 2008

RITORNA LA LEGGE AMMAZZA-BLOG!!!

Quello che stai leggendo è un blog. Uno spazio aperto, che si può liberamente leggere, gratis, e che permette a me e ad altri del Circolo del PD di Lama di dire la nostra. E tu che leggi puoi commentare quello che scriviamo. Ma a qualcuno non piace e di tanto in tanto ai governanti viene voglia di limitare questa libertà. Dove accade questo?

Ad esempio in Birmania, è dei giorni scorsi la condanna a 20 anni di un ragazzo che ha pubblicato sul proprio blog una vignetta che aveva per oggetto il leader della giunta militare al potere nel paese, il generale Than Shwe. Nay Myo Kyaw, noto con il soprannome di Nay Phone Latt.
E, ad esempio, in Italia...


Già nella passata legislatura ci avevano provato con la legge Levi-Prodi che mirava a far iscrivere al registro del R.O.C. (registro operatori della comunicazione) i blogger in modo da farli ricadere sotto le leggi che riguardano la stampa, soprattutto quelle penali, convertendo i blog (di qualunque tipo) a organi di informazione e negandogli il carattere dell'espressione personale e democratica dei cittadini che dicono la propria e soprattutto negando l'esistenza di un maggior grado di libertà rispetto al mainstream dell'informazione che da sempre, per motivi economici e di opportunità, è collaterale al sistema di potere politico-informativo che è dominato da pochissimi tycoon che pervadono l'intero mondo dei media che o si assogetta o è ai margini e muore per eutanasia indotta (un'esmpio per tutti Il giornale di montanelli passato ad altri escludendone la più famosa penna del giornalismo italiano): ora più che mai che i contributi vengono dati per concessione governativa regolamentare che per disposizione di legge paritaria com'era fino a poco tempo fa.

Un primo allarme venne lanciato da Valentino Spataro e da punto informatico, almeno a quanto risulta al sottoscritto, e dal blog di Beppe Grillo fu lanciato un'articolo di fuoco che questo blog, e da altri come ad esempio la rivista pcworld che lancia la notizia ha rilanciato all'interno della blogosfera di libero tornando il giorno successivo a parlarne a proposito della classifica del freedom watch che ci poneva al 35° posto fra i paesi che godevano della libertà nella zona della classifica dei "paesi parzialmente liberi". Il governo dopo qualche giorno arenò, anche se l'allarme rimase alto nella blogosfera, il disegno di legge facendo parzialmente marcia indietro a causa della forte pressione che venne dal mondo blogger e da quella parte della politica sensibile alle istanze democratiche e alle libertà di espressione della società al di fuori e al di là del mainstream ufficiale: e questo blog registrò questa parziale marcia indietro con un certo grado di soddisfazione ritenendo che quella fetta di libertà di espressione del pensiero del cittadino che rappresentano i blog nel loro complesso fosse salvaguardato dall'attacco concentrico della varie caste (politici, giornalisti, ecc.) corporative presenti in Italia.

Invece, come direbbe Totò, "tomi tomi e quatti quatti" ci riprovano ora con un disegno di legge alla Commissione Cultura della Camera dei Deputati (DdL C. 1269) di cui si trovano notizie sia su punto informatico che su pcworld. Entrambi che ne fanno una breve analisi e il disegno di legge non ne esce molto bene perchè nei fatti si tenta di riproporre quanto previsto nel precedente disegno di legge Levi- Prodi annacquando solo un pò le definizioni per identificare, e distinguere, gli operatori della comunicazione dai comuni blogger (categoria alla quale appartiene il sottoscritto): annacquamento fin troppo vago che lacia le mani libere a questo come a governi futuri per stringere un pò alla volta il cappio intorno al collo della blogosfera fino a far rimanere solo blog "ufficiali allineati e coperti (di politici, di quelli inglobati nelle varie testate dei giornali ecc.)" e una piccola parte (circa il 3% dell'attuale blogosfera) che salva la faccia a tutti e che consente di dire che le libertà individuali di espressione sono salvaguardate e si sono solo potati i rami estremi (di commento alla informazione). Altri blogger se ne sono accorti di questo nuovo tentativo di metterci la museruola e stanno lanciando un'allarme all'interno della blogosfera: io ne cito uno Luca Spinelli che nei suoi siti ne parla approfonditamente e punta il dito sul punto che potrebbe fare da leva per eliminarci definitivamente (anche se il sottoscritto non ha banner pubblicitari nè altro che potrebbe farlo ricadere sotto la mannaia mentre altri anche qui su libero invece NO) dalla rete. Insomma il livello di attenzione si dev'alzare se non si vuole perire e un'alrto pezzo di libertà in questo paese, che solo formalmente è libero (o meglio è libero di rovinarsi con le proprie mani ed è libero di essere meno istruito qualitativamente rispetto alle precedenti generazioni, e soprattutto è libero di fare e attuare tutte quelle libertà che non fanno male al potere e alle varie caste che lo governano) mentre nei fatti è strettamente controllato e inquadrato e sempre meno sono garantite quelle libertà (art. 21 e seguenti della Costituzione che sempre di più sono solo parole sulla carta e basta) individuali di cui tutti parlano ma egualmente tutti ne hanno paura perchè il giorno in cui gli italiani dovessero risvegliarsi dal sonno dopato nel quale da circa 20 anni son tenuti artificialmente per le varie caste potrebbero essere dolori seri: pensate a quelle centinaia di migliaia di lavoratori che da qui al 2011 perderanno il lavoro (senza che il sindacato faccia una piega se non assicurargli una vita pochissimo libera e ancora meno dignitosa con i vari rimediucci genere mobilità lunga e simili; pensate ad una rete completamente pervasa dell'ideologia consumistica che non ammette "perdite di tempo" da parte di persone che riflettono e usano ancora quel poco di cervello che hanno non dopato; pensate alla frustrazione sempre più repressa della parte povera della popolazione la quale, in quanto fuori dal giro del consumo fine a se stesso, si troverebbe esclusa anche dalla rete senza nemmeno più la possibilità di dire la propria attraverso essa; pensate, infine, a voi stessi che avete un blog (non necessariamente politico che sono l'obiettivo principale ma non unico) di "fatti vostri" e avete fatto la fesseria di mettere un piccolo banner commerciale o simile e siete costretti a sottostare alla burocratica iscrizione al ROC (con non solo i costi monetari e di tasse ma anche di controllo diretto su quanto dite e scrivete) con tutto quello che ne consegue.

Non c'è singolo partito presente ora in Parlamento che veda di buon occhio (tranne alcune parole di circostanza o difese d'ufficio per puri motivi opportunistici) la blogosfera dove è solo uno di tanti e non emerge per grazia ricevute o per privilegio di casta ma è uno come tanti ed emerge solo per le proprie qualità e non per altro. E' vero che la blogsfera una regolata se la deve dare ma non certo da chi non altro interesse che quello di controllare, dirigere, dividere a seconda delle appartenenze politiche, giornalistiche, ecc.: se si afferma ai quattro venti che la libertà dev'essere la prima cosa, come mai si stanno invadendo tutti gli spazi ancora non direttamente controllati dal potere? Immaginate tutto ciò e ogni volta che sentite un politico o un giornalista o simile che parla pensate che questi non vi possono vedere perchè ognuno di loro in qualche modo vi teme e vi vuole mettere il bavaglio: e una volta che lo pensate provate a immaginare cosa voterete alle prossime elezioni?

Sarà un caso che Obama ha vinto le Elezioni anche grazie ad un uso attento della rete, del suo sito e dei tanti cittadini americani, neri e bianchi, ricchi e poveri, asiatici e africani, atei e credenti, omosessuali ed eterosessuali che hanno commentato, critato, approvato e fatto copnoscere il programma e il messaggio del nuovo Presidente degli Stati Uniti?

Forse a qualcuno il "cambiamento" (o almeno questo tipo di cambiamento) proprio non piace.

edit & Co.

LA NUOVA SANT’ANNA TRA LUCI E OMBRE - Le osservazioni del Comitato Pendolari Altotevere

“Maestà, il popolo non ha il pane!” - “Ebbene, dategli delle brioches!”

Così rispondeva Maria Antonietta, regina di Francia, a quanti le facevano notare lo stato di estrema indigenza della popolazione. Il popolo dei pendolari, per certi aspetti, ricorda molto da vicino i “sanculotti” francesi: mai tenuti in considerazioni da chi governa, costretti a subire passivamente i balzelli delle aziende, obbligati spesso a viaggiare in carrozze sovraffollate fino all’inverosimile, perennemente in ritardo sui posti di lavoro per colpa di treni lumaca.

E di fronte a alle lamentele e alle rimostranze del “popolo” pendolare, la regina Maria Rita (pardon, governatrice) ci regala una splendida e succulenta ma indigesta brioche, ovvero una stazione di Sant’Anna infiocchettata e lustrata a festa, bellissima fuori e modernissima dentro, ridisegnata niente di meno che dall’architetto Gae Aulenti.

Bene, bravi, bis… ma l’elettrificazione che doveva partire in giugno a che punto è? Le quattro vetture “Pinturicchio” (anch’esse disegnate da un big del “design”, un certo Giuggiaro) che fine hanno fatto? Continuerà l’assurdo diradamento delle corse? E del raddoppio Perugia-Ponte San Giovanni che si dice? Che ne è dei megaprogetti tipo “metropolitana di superficie” e “sfondamento a nord”, oggetto di tanti inutili convegni? E, soprattutto, finiranno i ritardi endemici dei convogli?


Queste e non altre sono le domande di cui i pendolari umbri attendono inutilmente risposta.

I tagli dei nastri, i discorsi e i tappeti rossi preferiamo lasciarli ai politici.

Comitato Pendolari F.C.U. Altotevere 11/11/2008


INCONTRO CON FRANCO TOMASSONI

Il testo del discorso di Barack Obama: «La fine di un viaggio storico, l'inizio di un altro»

04.giugno.08

Questa sera, dopo cinquantaquattro combattutissime sfide, la nostra stagione delle primarie si è finalmente conclusa. Sono passati sedici mesi da quando ci siamo riuniti per la prima volta, sui gradini del vecchio palazzo del Parlamento statale dell'Illinois, a Springfield. Abbiamo percorso migliaia di miglia. Abbiamo ascoltato milioni di voci. E grazie a quello che voi avete detto, grazie al fatto che voi avete deciso che a Washington deve arrivare il cambiamento, grazie al fatto che voi avete creduto che quest'anno dovrà essere diverso da tutti gli altri anni, grazie al fatto che voi avete scelto di dare ascolto non ai vostri dubbi o alle vostre paure ma alle vostre speranze e aspirazioni più grandi, questa notte noi scriviamo la parola fine di uno storico viaggio con l'inizio di un altro viaggio, un viaggio che porterà un'alba nuova e migliore per l'America. Questa notte, io posso venire da voi e dire che sarò il candidato del Partito democratico alla presidenza degli Stati Uniti.

Voglio ringraziare tutti gli americani che sono stati al nostro fianco nel corso di questa campagna, nei giorni belli e nei giorni brutti; dalle nevi dello Iowa, al sole del South Dakota. E questa sera voglio ringraziare anche gli uomini e le donne che hanno intrapreso questo viaggio con me, candidandosi anche loro per la presidenza.

In questo momento decisivo per la nostra nazione, noi dobbiamo essere orgogliosi che il nostro partito sia stato capace di schierare un gruppo di persone fra le più brillanti e competenti che abbiano mai concorso a questo incarico. Non mi sono limitato a competere con loro come avversari, ho imparato da loro, come amici, come servitori dello Stato e come patrioti che amano l'America e sono disposti a lavorare senza risparmio per rendere migliore questo Paese. Loro sono dei leader di questo partito e sono leader su cui l'America farà conto negli anni a venire.

Tutto questo vale in particolare per la candidata che questo viaggio lo ha prolungato più di chiunque altro. La senatrice Hillary Clinton ha scritto la storia, in questa campagna elettorale, non soltanto perché è una donna che ha saputo fare quello che nessuna donna aveva fatto prima, ma perché è una leader capace di dare l'esempio a milioni di americani con la sua forza, il suo coraggio e il suo impegno in favore di quelle cause che ci hanno condotto qui questa sera.

Certamente ci sono state delle divergenze tra di noi negli ultimi sedici mesi. Ma avendo condiviso il palcoscenico con lei in molte occasioni, posso dirvi che quello che spinge Hillary Clinton ad alzarsi ogni mattina – anche quando ci sono poche speranze – è esattamente quello che spinse lei e Bill Clinton a partecipare alla loro prima campagna elettorale, tantissimi anni fa; è quello che la spinse a lavorare per il Children's Defense Fund e a condurre la sua battaglia per la riforma sanitaria quando era first lady; è quello che l'ha portata al Senato degli Stati Uniti e ha dato forza alla sua campagna presidenziale, capace di rompere gli schemi: un desiderio incrollabile di migliorare la vita dei comuni cittadini di questo Paese, per quanto difficile possa essere quest'impresa. Ed è indubbio che quando finalmente avremo vinto la battaglia per un'assistenza sanitaria per tutti in questo Paese, il suo ruolo in quella vittoria sarà stato fondamentale. Quando trasformeremo la nostra politica energetica e sottrarremo i nostri figli alla morsa della povertà, ci riusciremo perché lei ha lavorato perché questo accadesse. Il nostro partito e il nostro Paese sono migliori grazie a lei, e io sono un candidato migliore per aver avuto l'onore di competere con Hillary Rodham Clinton.

C'è chi dice che queste primarie ci hanno lasciati un po' più deboli e un po' più divisi. Ebbene, io dico che grazie a queste primarie ci sono milioni di americani che per la prima volta in assoluto hanno espresso un voto. Ci sono elettori indipendenti ed elettori repubblicani che comprendono che in queste elezioni non si decide solamente quale partito governerà a Washington, ma si decide sulla necessità di cambiare a Washington. Ci sono giovani, afroamericani, ispanici e donne di tutte le età che sono andati a votare in massa, con numeri che hanno battuto tutti i record e hanno dato l'esempio a una nazione intera.

Tutti voi avete scelto di sostenere un candidato in cui credete profondamente. Ma in fin dei conti, non siamo noi la ragione per la quale siete usciti di casa e avete aspettato, con file che si stendevano per isolati interi, per votare e far sentire la vostra voce. Non lo avete fatto per me, o per la senatrice Clinton o per chiunque altro. Lo avete fatto perché sapete nel profondo del vostro cuore che in questo momento – un momento che sarà decisivo per una generazione intera – non possiamo permetterci di continuare a fare quello che abbiamo fatto. Abbiamo il dovere di dare ai nostri figli un futuro migliore. Abbiamo il dovere di dare al nostro Paese un futuro migliore. E per tutti coloro che questa notte sognano questo futuro, io dico: cominciamo a lavorare insieme. Uniamoci in uno sforzo comune per tracciare una nuova rotta per l'America.
Tra pochissimi mesi, il Partito repubblicano arriverà qui a St. Paul, per la sua convention, con un programma diversissimo. Verranno qui per nominare come candidato alla presidenza John McCain, un uomo che ha servito questo Paese eroicamente. Io rendo onore a quello che ha fatto sotto le armi, e rispetto i tanti risultati che ha ottenuto, anche se lui sceglie di negare i miei. Non è sul piano personale che sono in disaccordo con lui: sono in disaccordo con le misure che ha proposto in questa campagna.

Perché se da un lato John McCain può legittimamente rivendicare momenti di indipendenza dal suo partito in passato, non è questa indipendenza il tratto distintivo della sua campagna presidenziale.

Non è cambiamento se John McCain ha deciso di schierarsi dalla parte di George Bush nel novantanove per cento dei casi, come ha fatto in Senato lo scorso anno. Non è cambiamento quando ci offre altri quattro anni delle politiche economiche di Bush, che non sono riuscite a creare posti di lavoro ben pagati, o ad assicurare i nostri lavoratori, o ad aiutare gli americani a sostenere i costi sempre più alti dell'università; politiche che hanno fatto calare il reddito reale delle famiglie medie americane, che hanno allargato il divario tra il grande capitale e le piccole e medie imprese e hanno lasciato ai nostri figli un debito colossale.

E non è cambiamento quando promette di proseguire, in Iraq, sulla strada di una politica che chiede tutto ai valorosi soldati, uomini e donne, che servono nelle nostre forze armate, e non chiede nulla ai politici iracheni, una politica in cui tutto quello che cerchiamo di ottenere sono ragioni per rimanere in Iraq, mentre spendiamo miliardi di dollari al mese in una guerra che non serve nel modo più assoluto a rendere il popolo americano più sicuro. Vi dirò una cosa: ci sono molte parole per definire il tentativo di John McCain di spacciare la sua acquiescenza alle politiche di Bush come una scelta di novità e imparzialità. «Cambiamento», però, non è tra queste.

Cambiamento è una politica estera che non comincia e finisce con una guerra che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata e non avrebbe mai dovuto essere scatenata. Non verrò qui a far finta che in Iraq siano rimaste molte opzioni valide a disposizione, ma un'opzione improponibile è quella di lasciare i nostri soldati in quel Paese per i prossimi cent'anni, specialmente in un momento in cui le nostre forze armate sono al limite delle loro possibilità, la nostra nazione è isolata e quasi tutte le altre minacce che gravano sull'America vengono ignorate.

Dovremo essere tanto accorti nell'uscire dall'Iraq quanto poco accorti siamo stati nell'entrarvi, ma dobbiamo cominciare ad andarcene. È tempo che gli iracheni si assumano la responsabilità del loro futuro. È tempo di ricostruire le nostre forze armate e dare ai nostri veterani l'assistenza di cui hanno bisogno e le indennità che meritano, quando fanno ritorno a casa. È tempo di tornare a concentrare i nostri sforzi sulla leadership di al-Qaida e sull'Afghanistan, e di unire il mondo per combattere le minacce comuni del XXI secolo: il terrorismo e le armi nucleari, i cambiamenti climatici e la povertà, i genocidi e le malattie. Questo è il cambiamento.

Cambiamento è capire che per affrontare le minacce dei nostri giorni non basta la nostra potenza di fuoco, ma serve anche la forza della nostra diplomazia, una diplomazia decisa e diretta, in cui il presidente degli Stati Uniti non abbia paura di far sapere a qualsiasi dittatorucolo qual è la posizione dell'America e per che cosa si batte l'America. Dobbiamo tornare ad avere il coraggio e la convinzione per guidare il mondo libero. Questa è l'eredità di Roosevelt, e di Truman, e di Kennedy. Questo è quello che vuole il popolo americano. Questo è il cambiamento.

Cambiamento è costruire un'economia che non ricompensi soltanto i ricchi, ma il lavoro e i lavoratori che l'hanno creata. È comprendere che le difficoltà che devono affrontare le famiglie dei lavoratori non possono essere risolte spendendo miliardi di dollari in altri sgravi fiscali per le grandi aziende e per i ricchi supermanager, ma offrendo uno sgravio fiscale alla classe media, e investendo nelle nostre infrastrutture fatiscenti, e cambiando il modo di usare l'energia, e migliorando le nostre scuole, e rinnovando il nostro impegno in favore della scienza e dell'innovazione. È comprendere che rigore di bilancio e prosperità diffusa possono andare a braccetto, come accadde quando era presidente Bill Clinton.

John McCain ha speso un mucchio di tempo a parlare di viaggi in Iraq, in queste ultime settimane, ma forse se avesse speso un po' di tempo a viaggiare nelle città grandi e piccole che sono state colpite più duramente di tutte da questa economia – nel Michigan, nell'Ohio e proprio qui in Minnesota – comprenderebbe che tipo di cambiamento sta cercando la gente.

Forse se andasse nell'Iowa e incontrasse la studentessa che dopo un giorno intero a seguire le lezioni lavora la notte e nonostante questo non riesce comunque a pagare le cure mediche per una sorella ammalata, capirebbe che lei non può permettersi altri quattro anni di un sistema sanitario che va a vantaggio solo di chi è ricco e sano. Lei ha bisogno che noi approviamo una riforma sanitaria che garantisca un'assicurazione a tutti gli americani che la desiderano, e che faccia scendere il costo dei premi assicurativi per tutte le famiglie che ne abbiano bisogno. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

Forse se andasse in Pennsylvania e incontrasse l'uomo che ha perso il suo lavoro ma non ha neanche i soldi per pagarsi la benzina per girare alla ricerca di un altro lavoro, capirebbe che non possiamo permetterci altri quattro anni di dipendenza dal petrolio dei dittatori. Quell'uomo ha bisogno che noi approviamo una politica energetica che insieme alle case automobilistiche migliori i parametri di efficienza energetica dei carburanti, e che faccia in modo che le grandi aziende paghino per l'inquinamento che producono, e che faccia in modo che le compagnie petrolifere investano i loro profitti da record in un futuro di energia pulita; una politica energetica che creerà milioni di nuovi posti di lavoro ben pagati e che non potrà essere delegata ad altri Paesi. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

E forse se avesse passato un po' di tempo nelle scuole della Carolina del Sud o di St. Paul, o dove ha parlato questa sera, a New Orleans, capirebbe che non possiamo permetterci di lesinare soldi per il programma per l'infanzia No Child Left Behind; che è un dovere verso i nostri figli investire nell'istruzione per la prima infanzia, reclutare un esercito di nuovi insegnanti e offrire loro una paga migliore e maggiore sostegno, decidere finalmente che in questa economia globale l'occasione di avere un'istruzione universitaria non dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi ricchi, ma un diritto inalienabile di ogni americano. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno in America. È per questo che io corro per la presidenza.

L'altra parte verrà qui a settembre e offrirà una serie di politiche e di posizioni molto diverse, e questo è un dibattito che io aspetto con impazienza. È un dibattito che il popolo americano si merita. Ma quello che non si merita è un'altra elezione governata dalla paura, dalla diffamazione e dalla divisione. Quello che non sentirete da questa campagna o da questo partito è quel genere di politica che usa la religione come un elemento di divisione e il patriottismo come una clava, quella politica che vede i nostri avversari non come concorrenti da sfidare ma come nemici da demonizzare. Perché noi possiamo definirci Democratici e Repubblicani, ma siamo prima di tutto americani. Siamo sempre prima di tutto americani.

Nonostante quello che ha detto stasera l'ottimo senatore dell'Arizona, io ho visto molte volte, nei miei vent'anni di vita pubblica, persone di idee e opinioni differenti trovare un terreno d'incontro, e io stesso in molte occasioni ho creato questo terreno d'incontro. Ho camminato sottobraccio con leader di quartiere nel South Side di Chicago, e ho visto stemperarsi le tensioni tra neri, bianchi, e ispanici mentre lottavano insieme per avere un buon lavoro e una buona istruzione. Sono stato seduto a uno stesso tavolo con rappresentanti della magistratura e delle forze dell'ordine e sostenitori dei diritti umani per riformare un sistema della giustizia penale che ha mandato tredici innocenti nel braccio della morte. E ho lavorato insieme ad amici dell'altro partito per garantire un'assicurazione sanitaria a un maggior numero di bambini e uno sgravio fiscale a un maggior numero di famiglie di lavoratori; per frenare la proliferazione delle armi nucleari e per fare in modo che il popolo americano sappia dove vengono spesi i soldi delle sue tasse; e per ridurre l'influenza dei lobbisti che troppo spesso stabiliscono le priorità a Washington.

Nel nostro Paese, io ho scoperto che questa collaborazione non avviene perché siamo d'accordo su ogni cosa, ma perché dietro a tutte le etichette e false divisioni e categorie che ci definiscono, al di là di tutti i battibecchi e le schermaglie politiche a Washington, gli americani sono un popolo onesto, generoso, compassionevole, unito da sfide e speranze comuni. E in certi momenti, è a questa bontà di fondo che si fa appello per tornare a far grande questo Paese.
Così è stato per quel gruppo di patrioti riuniti in una sala a Filadelfia, che dichiararono la formazione di una più perfetta unione; e per tutti coloro che sui campi di battaglia di Gettysburg e di Antietam [luoghi di importanti battaglie della Guerra di secessione, ndt] si impegnarono fino allo spasimo per salvare quella stessa unione.

Così è stato per la più grande delle generazioni, che sconfisse la paura stessa e liberò un continente dalla tirannia facendo di questo Paese una terra di opportunità e prosperità senza limiti.
Così è stato per i lavoratori che hanno tenuto duro nei picchetti; per le donne che hanno infranto il soffitto di cristallo; per i bambini che sfidarono il ponte di Selma [allusione a un famoso episodio delle lotte per i diritti civili degli anni '60, ndt] per la causa della libertà.
Così è stato per ogni generazione che ha affrontato le sfide più grandi, contro ogni speranza, per lasciare ai loro figli un mondo che è migliore, più buono e più giusto.

E così dev'essere per noi.

America, questo è il nostro momento. Questa è il nostro tempo. Il tempo di voltare pagina rispetto alle politica del passato. Il tempo di apportare una nuova energia e nuove idee alle sfide che abbiamo di fronte. Il tempo di offrire una direzione nuova al Paese che amiamo.

Il viaggio sarà difficile. La strada sarà lunga. Io affronto questa sfida con profonda umiltà e consapevolezza dei miei limiti. Ma l'affronto con una fede illimitata nella capacità del popolo americano. Perché se siamo pronti a lavorare per questo obbiettivo, e a lottare per questo obbiettivo, e a credere in questo obbiettivo, allora sono assolutamente certo che le generazioni future potranno guardarsi indietro e dire ai nostri figli che questo fu il momento in cui cominciammo a offrire assistenza sanitaria per gli ammalati e un buon lavoro ai disoccupati; questo fu il momento in cui l'innalzamento dei mari cominciò a rallentare e il nostro pianeta cominciò a guarire; questo fu il momento in cui mettemmo fine a una guerra e garantimmo la sicurezza della nostra nazione e ripristinammo l'immagine dell'America come ultima e migliore speranza per il pianeta. Questo fu il momento – questo fu il tempo – in cui ci unimmo per ricostruire questa grande nazione in modo tale da rispecchiare la nostra vera identità e i nostri più alti ideali. Grazie, che Dio vi benedica e che Dio benedica l'America.

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