giovedì 5 novembre 2009

A cosa serve ridurre l'IRAP? E a chi?


Riporto il post di Paolo Borrello, che riflette sulla proposta di abolire/ridurre l'IRAP. Penso che sia importante sapere per poter farsi una idea su quello che la politica propone...



Negli ultimi periodi si discute spesso dell'Irap, un imposta che riguarda le imprese, o meglio di una sua eventuale riduzione. Lo ha ipotizzato in primo luogo Berlusconi, senza consultarsi con Tremonti, di qui uno dei motivi dei contrasti fra i due.
In questo post non intendo affatto occuparmi di quei contrasti, ma analizzare brevemente caratteristiche e limiti di questa imposta, verificare se serve e se è possibile ridurla e poi a chi e a che cosa servirebbe diminuire l'Irap.
Per introdurre l'argomento può rivelarsi molto utile riportare una parte di un articolo di Massimo Bordignon
, pubblicato da www.lavoce.info, una rivista on line di economia:

"L'Irap è un'imposta sostanzialmente corretta sotto il profilo economico, ma profondamente odiata dai contribuenti. Va dunque migliorata. E forse in parte sostituita. Se possibile all'interno di una più vasta riforma del sistema tributario italiano. Ma certo senza abbandonarsi a improvvisazioni e studiando seriamente gli effetti dei diversi possibili provvedimenti. Se l'obiettivo è invece sostenere l'economia, sono possibili altri interventi congiunturali di maggiore efficacia.

Perchè abolire l'Irap?

Dal dibattito emerge che le ragioni per intervenire sull’Irap sembrano siano recentemente mutate. Dalle critiche usuali ('una tassa sulle imprese per finanziare la sanità'), l’accento si è spostato sulla necessità di dare, tramite la sua abolizione e la conseguente riduzione dei costi, un forte stimolo alla competitività delle imprese, anche alla luce dei provvedimenti di riduzione delle imposte annunciati all’estero. L’argomento sembra essere che la crisi è molto più forte del previsto; la domanda nazionale e internazionale di beni italiani continua a ridursi, e se non interveniamo con urgenza, si rischia che se e quando ci sarà la ripresa, non ci saranno più le imprese.
Difficile dire quanto quest’argomento sia fondato. Ma anche se lo fosse, bisogna domandarsi se è sul sistema tributario in generale, e sull’Irap in particolare, che bisogna agire per affrontarlo. Se la logica è quella dell’emergenza, sono disponibili strumenti congiunturali alternativi - rifinanziamento dei confidi, rimborso anticipato dei crediti di imposta, posticipo del pagamento delle imposte, comprese l’Irap, per le imprese in difficoltà e così via -, con effetti immediati probabilmente maggiori e forse maggiormente prevedibili.

Il sistema tributario è complesso: quando s’interviene, bisogna capire dove si finisce. E invece, al di là dalle chiacchiere, sugli effetti degli interventi sull’Irap non si sa in realtà molto. Per esempio, già il governo Prodi nel 2007 è intervenuto tramite una manovra sull’Irap sul costo del lavoro, con una riduzione a regime dell’ordine di circa 4,5 miliardi di euro, ma nessuno sa se la diminuzione dell’aliquota e la perdita di gettito abbiano poi pagato, e quanto, in termini di crescita, occupazione e salari.

Se l’argomento è invece più strutturale, di crescita complessiva della produttività del sistema, ci sono parecchie riforme, anche a costo zero come per esempio la liberalizzazione dei servizi locali, che avrebbero effetti ben più duraturi della semplice abolizione dell’Irap. E tuttavia, è innegabile che tra gli interventi strutturali necessari ci sia anche una riforma del sistema tributario, visto che in questo paese ci ostiniamo a tassare molto i fattori impegnati nella produzione e ben poco tutto il resto. In linea di massima, sarebbe necessario spostare il più possibile il carico tributario dal capitale e dal lavoro, tagliando Ires e Irpef, al patrimonio, ai redditi finanziari, ai consumi. Una riforma di questo tipo dovrebbe agire anche sull’Irap, ma non solo e probabilmente non prioritariamente, su questo tributo. Con onestà, va tuttavia anche riconosciuto che l’opinione pubblica italiana sembra refrattaria a ogni ipotesi di razionalizzazione del sistema tributario in questo senso e appoggia invece ogni intervento che ne magnifica le distorsioni, come mostra tutta la vicenda dell’Ici...".

Leggendo quanto scritto da Bordignon si può provare a rispondere alle domande formulate all'inizio.

Ammesso che sia possibile ridurre l'Irap (per poterla ridurre considerevolmente infatti sarebbe necessario o aumentare qualche altra imposta o ridurre notevolmente la spesa pubblica e tutto ciò in considerazione delle accresciute difficoltà del bilancio pubblico italiano e tutto ciò di difficile attuazione) la riduzione dell'Irap servirebbe a poco.

Servirebbe a poco se l'obiettivo è soprattutto quello di accrescere la produzione e quindi anche l'occupazione
e per far questo sono necessari soprattutto, nel breve periodo, interventi tendenti ad aumentare la "domanda", soprattutto i consumi (e per ottenere una loro crescita servirebbe sempre se possibile una riduzione consistente delle imposte sul lavoro dipendente) e non tanto interventi sull' "offerta", come sarebbe appunto una riduzione di un'imposta sulle imprese.

E quindi a chi servirebbe soprattutto una riduzione dell'Irap?
Alle imprese.

A che cosa servirebbe?
A ridurre i costi delle imprese, effetto questo ovviamente non di secondaria importanza, in un periodo come questo di crisi economica, ma che garantirebbe, in misura minore, il raggiungimento dell'obiettivo, di gran lunga più importante, della crescita della produzione e dell'occupazione, obiettivo che sarebbe conseguito più facilmente e più rapidamente con altri interventi quali quelli ipotizzati da Bordignon.

Di qui la contrarietà dei sindacati nei confronti della riduzione dell'Irap (o meglio della riduzione di questa sola imposta.
Di qui il consenso della Confindustria a ridurre solo quella imposta.

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